Godin: “Si vince se ci sono queste componenti: un buon gruppo, un buon allenatore e la comunione con la gente: per noi giocatori è energia positiva”

Lo sa perché noi uruguaiani siamo differenti? Se lo chiede tutto il mondo come sia possibile che da tre milioni e mezzo di abitanti vengano fuori così tanti campioni. Semplice: è un fatto culturale. Solo chi è vissuto lì può capire: non c’è metro quadro in tutto il Paese in cui non si veda un pallone che rotola e un bambino che gli corre dietro. Il calcio è la speranza di ogni famiglia che il figlio si affermi e risolva i problemi economici. E così giochiamo ovunque: per strada, su una collina, sulla terra. C’è una competizione immensa. E si gioca in ogni condizione climatica: freddo, caldo, pioggia, sole. Abbiamo un livello di tolleranza molto alto. È come se ci fosse un filtro: quando lo passi, cos’altro può spaventarti? Puoi giocare a qualsiasi latitudine”. Parola di Diego Godin, protagonista di una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport.

Anche a Macao, dove lei potrebbe esordire. E alla squadra si chiede di fare bene come con la Juve. La partita di Nanchino ha detto che i bianconeri sono alla vostra portata?
“Non so quanto siamo vicini. Per lottare con di loro dovremo capire che non basterà far bene solo lo scontro diretto. La sfida con la Juve è importante tanto quanto le altre partite”.

Perché l’Inter? Perché dopo l’Atletico i nerazzurri?
“Si sono fatti vivi per primi e nettamente con più decisione rispetto ad altri club. Mi hanno illustrato il progetto: è ambizioso, come me. E mi piaceva l’idea di farne parte e di poter aiutare l’Inter a realizzarlo”.

È vero che ha avuto offerte anche dalla Juve?
“Sì, un anno fa c’era stata la Juve, il Manchester United, in passato pure il City. Ma in quel momento avevo un contratto in vigore con l’Atletico, non pensavo di andar via. Stavolta è stato differente, ero in scadenza. Ma posso dire che nessun club mi aveva convinto come è riuscita a fare l’inter”.

Lei è riuscito a strappare la Liga a due superpotenze come Real e Barcellona. Ora è chiamato a fare altrettanto in Italia, dove la Juve domina da 8 anni. Ci sono similitudini?
“Molte, il parallelo è corretto. E l’obiettivo dell’Inter è la vittoria, questo mi è stato spiegato nei giorni della trattativa. Quello della Juve è stato un monologo, negli ultimi tempi. Serve lavoro e ambizione, per provare a batterli”.

Che idea si è fatto dall’esterno del campionato italiano?
“Che sia più difficile giocarci per un attaccante che per un difensore. In teoria meglio per me… Ma devo capire in fretta cosa vuole il tecnico da me, voglio aiutare i compagni dentro e fuori dal campo”.

Conte, l’ha citato lei. Che idea si è fatto, seppur in poco tempo?
“Mi ricorda moltissimo Simeone. Vivono il calcio con la stessa passione, sono attenti ai dettagli, tirano fuori il massimo dai ragazzi che allenano. Conte in particolare mi sembra un tipo molto concreto: sa quel che vuole, va dritto al punto, per un giocatore è l’ideale”.

Dica la verità: Simeone quanto le ha riempito la testa di Inter?
“Me ne ha parlato molto, è la verità. Ci siamo confrontati, mi ha detto che era la squadra più grande che aveva mai conosciuto, con tifosi passionali. Diego è un grande. Ha seguito un’idea di gioco e di cultura che ha permesso all’Atletico di lottare con Barça e Real Madrid. Era una via obbligatoria, l’unica possibile per competere contro di loro. Se avessimo fatto il loro stesso calcio, non avremmo mai tenuto testa”.

Cosa è, una giustificazione al fatto che l’Atletico gioca meno bene delle altre? In Italia il dibattito è molto acceso.
“Dico io: cosa vuol dire giocare bene? Io la penso diversamente: una cosa è giocare bonito, giocare bello. E un’altra è giocare bene. Per me giocare bene è vincere. E la vittoria si ottiene difendendo bene e attaccando bene. Ci sono tante squadre che giocano bello, tengono il pallone per non so quanti minuti e poi perdono. Non sono complete, quello non è giocar bene. L’importante è il risultato”.

E c’è un segreto?
“No, ma nulla arriva per caso. Si vince se ci sono queste componenti: un buon gruppo, che condivida l’ambizione e lavori, lavori, lavori. Poi un buon allenatore. E la comunione con la gente: noi giocatori ce ne accorgiamo, è energia positiva”.

L’Inter può farcela già quest’anno?
“Ci proveremo, questo posso assicurarlo”.

Lei ha firmato per tre anni. Pensa di riuscire a giocare un’altra finale di Champions?
“Lo vorrei, mi piacerebbe. Conosco bene il cammino, so che è molto difficile. Però è un sogno che tengo ben presente”.

Lei ha affrontato Cristiano Ronaldo numerose volte. Qual è l’aspetto più complicato nel marcarlo?
“Non un fatto tecnico. Ma la testa. La concentrazione. Per 90 minuti non puoi mollare un secondo, perché è quel secondo che a lui basta per segnare”.

Una volta le rifilò un pugno.
“Quel che accade in campo, resta in campo. E non ne parlo. Però non mi piace quando si manca di rispetto”.

Del gesto di CR7 dopo il ritorno di Champions a marzo, invece, vuole parlare?
“Il Cholo (Simeone, ndr) all’andata si rivolse al proprio pubblico, la tensione lo portò a quel gesto, non ce l’aveva con la Juve. Il gesto di Ronaldo fu differente, non rispettò la gente”.

Griezmann di lei dice: non ho mai conosciuto un altro giocatore leader come Godin. Se la sente di ricoprire questo ruolo anche nell’Inter?
“Arrivo in una squadra nuova, devo entrare piano piano, rispettare i miei compagni. Non sono io che alzo la voce. È fondamentale che ognuno si senta importante nel suo ruolo, anche chi giocherà meno minuti. È decisivo, in una stagione con tantissime partite”.

Sta già parlando da leader…
“Non mi piace imporre nulla, semplicemente a poco a poco le cose avverranno se i compagni me lo chiederanno”.

Se le dico Tabarez.
“È più di un allenatore. È un formatore di uomini. Dà la priorità al lato umano piuttosto che al campo. Ha guidato un gruppo di giocatori che si intendono all’istante. Mi ha educato, ho appreso molto da lui”.

L’Inter ha la difesa più forte d’Europa, come ha detto alla Gazzetta Julio Cesar?
“È un onore che si pensi questo. Ho conosciuto da poco i miei compagni. Ma già l’anno scorso ho visto molte partite di De Vrij e di Skriniar, sono spettacolari, ma lo penso pure di D’Ambrosio. Sono io che dovrò adattarmi rapidamente alla squadra: in un ruolo come il mio, l’empatia con i compagni di reparto è fondamentale, ci dev’essere affinità”.

La Juve ha pagato 75 milioni di euro De Ligt. Troppi?
“Il prezzo lo fa il mercato attuale, non dipende mica dal ragazzo. E’ un giovane, per l’età che ha ha mostrato grande personalità. E’ sicuramente un buon giocatore. Da qui a dire che possa diventare un top, lo dirà il tempo”.

Cosa sognava Godin, da bambino?
“Facevo nuoto. Anzi, quando avevo 15 anni centrai diversi record a livello giovanile, in Uruguay. Mi piacevano molti sport: giocavo a basket, pallamano, facevo atletica. Poi a 16 anni decisi che il calcio sarebbe stata la mia vita”.

Come?
“Arrivò un’offerta da un club di Montevideo (l’Atletico Cerro, ndr). Mi presero. Era una porta che si apriva, non potevo non provarci. E ci sono riuscito. Anche se giocavo da trequartista. Il mio idolo era Francescoli. Segnava, era bello da vedere, simbolo dell’Uruguay che nel 1995 vinse la Coppa America, tutti i bimbi tifavano per lui”.

Si dice: il colpo di testa di Godin è un’opera d’arte.
“Non faccio allenamenti particolari, mi concentro ovviamente sulla forza e sull’esplosività. Ma il colpo di testa è differente a seconda della zona di campo: in difesa mi aiuta il grande timing (tempismo, ndr) che ho sulla palla. In attacco invece devi essere aggressivo, in area avversaria devi andare solo con l’obiettivo di far gol. E, poi, certo devi avere un feeling con chi fa il cross”.

Si vede allenatore?
“Ora dico di no: troppa tensione, troppe ore da dedicare al calcio fuori dal campo, anche a casa devi studiare… no, penso che farò altro. Ma sempre nel calcio, è il mio mondo”.

Lei è molto poco social, sembra quasi in controtendenza con il calcio moderno.
“Non do giudizi. Ma non mi piace mostrare troppo del privato, ritengo giusto fare così”.

Abbiamo detto di Simeone. Ma chi l’ha spinta ancor di più verso l’Italia?
“Mio suocero è Pepe Herrera, ha giocato a Cagliari con Francescoli. Ha un ricordo strepitoso della Serie A, con lui ho parlato a lungo. E poi c’è mia moglie: è nata a Cagliari, lei parla italiano, io ancora no…”.

Dove si vede a vivere, tra qualche anno?
“In Uruguay, se convinco mia moglie a lasciare l’Europa”.